Benedetta Tv – Imma Tataranni su Rai 1 riparte alla grande dopo lo scontro al ‘vetriolo’ tra Vanessa Scalera e Mariolina Venezia

La quarta serie di Imma Tataranni – Sostituto Procuratore, fiction di Rai 1 ambientata a Matera, ha vinto la serata con il 24% e più di 4milioni e 100mila spettatori. Oltre dieci punti in meno totalizza la fiction turca di Canale 5 Tradimento con il 13.2%. Le Iene e Che Tempo Che Fa pareggiano al 9%, mentre Report insegue e si ferma all’8.2%. Sul risultato di Rai 1 potrebbero avere influito fattori che non hanno a che fare con i contenuti del programma.
Imma Tataranni e Mariolina Venezia: una lite sul niente
Attorno alla nuova stagione di Imma Tataranni, si è sviluppata una delle pochissime (e un po’ pretestuose) polemiche sanremesi. Vanessa Scalera, che interpreta la protagonista della serie è stata sul palco dell’Ariston per promuoverla. In quell’occasione, come sempre accade, ha ringraziato cast e produzione, ma si è scordata di citare Mariolina Venezia, la scrittrice che vent’anni fa si è inventata il personaggio. L’attrice si è scusata successivamente, ma la scrittrice non l’ha presa bene. Ne è scaturito un battibecco via social e testate di gossip che è durato qualche giorno. È un dibattito che ha poco senso di esistere. La serie tv è liberamente ispirata ai quattro romanzi di Venezia. Infatti la scrittrice non partecipa alla stesura delle sceneggiature.

Nelle fiction il valore aggiunto è la forza dell’interpretazione
Buona parte del successo della fiction è da imputare invece alle capacità attoriali di Vanessa Scalera, chiamata a ricoprire un ruolo non semplice. Il magistrato Tataranni è un personaggio complesso, antipatico, che, però, deve conquistarsi il consenso del pubblico. Scalera ci riesce con grande abilità, merito della scrittura (della sceneggiatura, non dei romanzi) ma anche delle capacità recitative della protagonista che rendono Imma tridimensionale e credibile in situazioni in cui, altre sue colleghe, facilmente scivolerebbero nel grottesco.
Una delle scene di ieri sera descriveva un appuntamento che sarebbe dovuto essere di riconciliazione tra Imma e il marito Pietro (Massimiliano Gallo). Durante l’incontro i due, però, si confidano i reciproci tradimenti, che acuiscono la frattura che li divide. Il cambio di registro del dialogo, la necessità di mettere in scena un mutamento emotivo repentino è stata una prova di recitazione difficile. Scalera l’ha superata a pieni voti dimostrando ottime e non scontate doti di interpretazione. Con buona pace di Mariolina Venezia.

Una polemicuccia da campanile di cui avremmo fatto a meno
Pare che la ruggine tra attrice e scrittrice sia però di lunga data. Sarebbe sorta fin da quando per il ruolo di Imma è stata scelta proprio Vanessa Scalera. Mariolina Venezia ha infatti da subito lamentato il fatto che il suo personaggio era lucano e non riteneva corretto venisse interpretata da un’attrice non nativa della Basilicata. Vanessa Scalera è brindisina, quindi non distantissima. Ma non sta qui il problema.
Il mestiere dell’attore è precisamente quello di riuscire a interpretare con credibilità qualcuno che è diverso da sé. La bravissima Miriam Leone avrebbe dovuto rinunciare a interpretare Oriana Fallaci perché catanese invece che fiorentina? Quando usciremo da questa gretta mentalità campanilistica? Davvero non se ne può più di questo atteggiamento per cui bisogna esaltare e difendere il territorio in cui si svolge un’azione, quasi fosse quello il valore aggiunto di un’opera. Con quel subdolo retro pensiero per cui se non si appartiene a quella specifica realtà geografica in fondo non si è in grado di comprendere appieno il senso di quello che viene raccontato. Avete mai sentito Uma Thurman dire che se non vieni da Boston certe cose non le puoi capire o George Clooney esaltare l’unicità del Kentucky per poter diventare un grande attore? Io no e credo che questo dica tanto della differenza di qualità finale di quello che interpretano.
Kilimangiaro: se questa è la nuova divulgazione stiamo messi bene
Kilimangiaro è un appuntamento fisso del pomeriggio domenicale di Rai 3 fin dal 1998. Dopo sedici edizioni guidate da Licia Colò, negli ultimi dieci anni la conduzione è passata nelle mani di Camila Raznovitch. Via via, nel corso del tempo al programma, è stata operata una continua sottrazione di senso. Così oggi ci troviamo di fronte a una rubrica esteticamente curata, ma di cui non rimane quasi niente al pubblico che decide di seguirla. Il motivo principale sta nella conduzione. Camila Raznovitch mostra di non possedere un vocabolario molto vasto, spesso si esprime per luoghi comuni. Ieri nel presentare la puntata ha lodato autori e redazione che «ogni settimana cucinano e deliverano (sic) delle puntate bellissime». Con quell’atteggiamento un po’ snob di chi dice di essere abituato a “pensare in inglese”. Sarà per questo che spesso disorienta gli ospiti con battute ambigue di cui poi si scusa ammettendo di non sapere cosa davvero significassero?
Anche i testi dei documentari risentono di questa volontà di semplificazione. Diciamo che il livello di divulgazione è un grado sotto una pagina di Wikipedia. Gli itinerari che raccontano non vengono mai visualizzati graficamente. Grande uso di droni e immagini in esterna, ma altrettanta superficialità nel descrivere quello che vediamo.

La rubrica fissa ‘Il borghi dei borghi’
Monumenti importanti vengono citati semplicemente come statue o palazzi, senza mai raccontarne la storia. Così come luoghi di culto vengono designati genericamente templi senza neppure specificare a che religione appartengano e quando si tratta di luoghi esotici come la Polinesia o l’estremo oriente sarebbe utile anziché no. Ma anche nel caso di posti molto più vicini, l’approssimazione del racconto è sempre la stessa. Una rubrica fissa è “Il borgo dei borghi”. Sorta di gara annuale per stabilire quale sia il comune più affascinante d’Italia. Ieri è stato il caso di Penne, in provincia di Pescara. La modalità di racconto è sempre la stessa a “volo d’uccello” saltando di palo in frasca. Ad un certo punto viene mostrato il museo d’arte contemporanea del paese. Dev’essere di un certo livello, si intravede anche un Kandinskij, ma noi non lo sapremo mai.
Dopo una carrellata non spiegata di opere viene mostrata la “sala degli arazzi” e intervistato il direttore del museo. Racconta come molti artisti contemporanei (quali?) abbiano accettato la sfida di realizzare arazzi moderni proprio per il museo di Penne per provare a «dipingere con la lana». Breve carrellata su opere appese nella sala senza che nessuno ci faccia la grazia di alcuna spiegazione e il documentario termina rientrando in studio. Se una cosa del genere è stata fatta per incentivare le visite a Penne credo proprio che sia la strada sbagliata.