Il pasticcio delle infermiere incinte nelle Asl del Lazio

Nel ventunesimo secolo, purtroppo, le discriminazioni di genere, e non solo, sono ancora all’ordine del giorno. Episodi gravi che risultano ancora più dolorosi e sconfortanti se accadono in enti pubblici. Casi come quelli capitati nel Lazio. Il rinvio della firma dei contratti di lavoro per alcune infermiere vincitrici di concorso, giustificato dalla loro condizione di gravidanza, ha creato un vero e proprio terremoto nella sanità laziale, guidata dal presidente Francesco Rocca, che ha la delega al comparto, mettendo in risalto tutta la scarsa vigilanza della Regione e delle Asl coinvolte su pratiche potenzialmente discriminatorie.
La denuncia del sindacalista
Secondo quanto denunciato da una sindacalista, all’ospedale San Giovanni, attraverso comunicazioni ufficiali inviate via posta certificata, si è tentato di rimandare l’assunzione delle infermiere incinte fino al termine dei cinque mesi previsti per il congedo di maternità. Una decisione che non solo contravviene alla normativa vigente, ma che offende il valore della maternità e mina la credibilità dell’ente pubblico stesso, a maggior ragione considerando la battaglia contro l’inverno demografico di cui si è fatto paladino il governo centrale guidato da Giorgia Meloni.

Le conseguenze
Le conseguenze non si sono fatte attendere. La denuncia di queste pratiche da parte del sindacato Usb ha innescato una reazione istituzionale di ampia portata, culminata con un acceso dibattito in Consiglio regionale. A livello politico, si è registrata una convergenza trasversale sulla condanna dell’accaduto. Consiglieri regionali, da Emanuela Droghei (Pd) a Claudio Marotta (Verdi e Sinistra), hanno sollevato interrogazioni e richiesto chiarimenti immediati. Persino il presidente della commissione Lavoro e Pari opportunità, Orlando Angelo Tripodi (FI), ha evidenziato la gravità della vicenda, chiedendo l’individuazione delle eventuali responsabilità.
Ma perché si è arrivati a questo punto? È evidente che la mancata vigilanza da parte delle Asl e delle istituzioni regionali ha consentito il perpetuarsi di prassi potenzialmente discriminatorie, già giustificate come «ereditate da gestioni precedenti». Questo scaricabarile, purtroppo, non fa che confermare l’urgenza di una maggiore trasparenza e controllo nella gestione del personale pubblico.
Solo grazie alla pressione mediatica e alle sollecitazioni sindacali, alcune Asl e aziende ospedaliere (tra cui il San Giovanni) hanno compiuto un tempestivo ripensamento, regolarizzando le assunzioni delle infermiere in gravidanza. Tuttavia, resta il fatto che simili episodi non possono essere liquidati come errori episodici. Devono essere assunti provvedimenti immediati per evitare il ripetersi di queste discriminazioni, partendo proprio dalla responsabilità politica di chi governa il sistema sanitario regionale.
Le Asl, dal canto loro, devono essere chiamate a un controllo più rigoroso delle procedure e all’applicazione scrupolosa delle norme in materia di lavoro e pari opportunità. La maternità non può e non deve essere un ostacolo all’ingresso nel mondo del lavoro.